
Rachel aveva 13 mesi. Poco più di una anno, una sorella di due anni e due genitori nigeriani.
Rachel non sapeva ammalandosi, che quando suo padre, 6 settimane prima, aveva perso il suo posto di lavoro lei aveva perso il suo diritto alla salute.
Perché quando nella notte del 3 marzo i suoi genitori, preoccupati dai violenti attacchi di vomito della piccola sono andati in ospedale a lei e la sua tessera sanitaria scaduta non sono state date le cure che meritava. Ancora non si sa di cosa sia morta Rachel, sicuramente di Burocrazia.
Portata all’ospedale “Uboldo” di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, dal 118, dopo una breve visita, “non l’hanno neanche spogliata”, dice la madre, è stata dimessa con la prescrizione di una medicina e il certificato che riporta la dicitura. “buone condizioni generali”. Ora d’entrata 00.39, uscita alle 00.45. 6 minuti, tra accettazione e visita, un piccolo record.
La coppia vaga in cerca di una farmacia di turno, senza trovarla. Intanto sono le 2 di notte e Rachel sta sempre peggio. Sempre più spaventati e preoccupati i genitori tornano al pronto soccorso, vogliono che sia visitata e ricoverata se necessario. E qui la notizia: “Non possiamo visitarla ancora o ricoverarla. La tessera sanitaria della bambina è scaduta”. Eppure, in Italia dovrebbe essere garantito a tutti il diritto alla salute, e soprattutto ai bambini.
Tommy Odiase, il padre della piccola, è in Italia da 13 anni, ha un permesso di soggiorno da residente che deve rinnovare ogni sei mesi ma che scade in caso di disoccupazione. Per ottenere il rinnovo della tessera sanitaria per sé e le sue due figlie, deve presentare una serie di documenti che ne attestino la posizione, fra i quali la busta paga dell’ultimo mese. Licenziato sei settimane prima, la pratica si è trasformata in un incubo.
Al rifiuto dei medici, il padre, s’infuria. Urla, vuole, comprensibilmente, attenzione. Allora, qualcuno dell’ospedale chiama i carabinieri, per allontanarlo. L’intervento delle forze dell’ordine porta ad una soluzione momentanea: Rachel viene ricoverata in pediatria. Sono le 3 di notte, “ma fino alle otto del mattino nessuno la visita o le somministra alcuna flebo, nonostante nostra figlia avesse fortissimi attacchi di dissenteria e non riuscisse più a bere nulla”, raccontano i genitori. La sera del giorno dopo la situazione è critica, accanto al lettino spunta un monitor per tenere sotto costante controllo il battito cardiaco.
Sono le cinque e mezza, dopo mezz’ora di manovre di rianimazione, non c’è più nulla da fare, Rachel è morta.
Ci si chiede se nel 2010, in Italia, nella civilissima Lombardia, si possa ancora rifiutare le cure ad una bambina, perché la sua tessera sanitaria è scaduta. Ci si chiede, se lo domandano i genitori, se sarebbe accaduta la stessa cosa se Rachel fosse stata figlia d’italiani.
I carabinieri hanno acquisito le cartelle cliniche, gli Odiase hanno denunciato i medici e l’ospedale per omicidio colposo e la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta con la stessa accusa contro ignoti. I risultati dell’autopsia saranno pronti il 12 maggio. Ma intanto sappiamo che Rachel è morta di burocrazia e indifferenza.
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