giovedì, luglio 29, 2010

EquiLibrismi - La pioggia prima che cada.

Stamattina ho finito "La pioggia prima che cada" di Coe. 
è un libro che ti prende, ti porta con sè nelle immagini che vengono descritte, sei lì, nella campagna inglese, vivi quella saga familiare, tutte le sue complessità, attraversi mezzo secolo. Tutto nelle pagine di un libro.
Una storia di donne, di dolore e di amori.
Poi lo finisci. E ti resta appiccicata una sensazione. Come quando mi capita di fare un bel sogno, mi sveglio e quella sensazione gradevole mi accompagna per tutta la giornata.
è la sensazione della "pioggia prima che cada", una cosa non reale, perché non è pioggia se non cade. Ma, come ribatte una bambina di 4 anni nel libro: "Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale".

Oggi viaggio con questa sensazione, che rappresenta il mio momento, la sensazione di qualcosa che non è ancora reale, ma che sa rendermi lo stesso felice. Se poi cade, e si realizza, è meglio.

mercoledì, luglio 28, 2010

Un pomeriggio a L'Aquila

Quando arrivi a L'Aquila e la vedi così, ferita e vuota ti prende una stretta allo stomaco. 
Mentre cammini per i vicoli del centro, che ora non sono più il centro, ma la zona rossa, e li vedi vuoti, vedi ancora le macerie per terra, abiti che penzolano dalle case. Case vuote, vuote e silenziose e cani randagi che entrano ed escono. Mentre vedi tutto questo e senti quel silenzio, un silenzio tale che può essere solo assordante... mentre vedi tutto questo ti monta la rabbia per quello che non è stato fatto.


E mentre a quest'ora della notte seleziono e carico le foto, mi si riempiono gli occhi di lacrime.


Ho fatto poche foto oggi pomeriggio, ma tornerò presto a L'Aquila


lunedì, luglio 19, 2010

Domenica, 18 anni fa.

Era domenica, 18 anni fa.
Era domenica e io avevo 10 anni e mezzo. La scuola era finita da poco e io ero appena rientrata da una giornata in bici al parco.
è una di quelle giornate di cui ho, ancora oggi, ricordi nitidi. Ricordo la posizione del divano davanti alla tv, il calendario appeso in cucina (in realtà era di qualche anno prima, ma era un bel manifesto e lo tenemmo per tempo appeso), ricordo il cocomero sul tavolo e ricordo benissimo le immagini in tv, le parole del giornalista. Ricordo che capii quello che stavano dicendo, perché era già successo qualche mese prima. Con Falcone. E quella domenica di luglio parlava di Borsellino.
Ricordo, ancora oggi con la stessa sensazione di ansia, le parole di Giuseppe Ayala, che prometteva a Cosa Nostra che li avrebbero trovati, che non si sarebbero fermati.
Quell'anno nel mio vocabolario di bambina entrò la parola Mafia, con prepotenza. Per me esisteva, ma era una parola tra tante nei tg o nei film. Quell'anno diventò una parola pesante, tangibile. E ancora lo è.

mercoledì, luglio 14, 2010

Scusi, ma per l'isola che c'è?

“Seconda stella a destra, 
questo è il cammino e poi dritto, 
fino al mattino. 
Poi la strada la trovi da te. 
Porta all’isola che non c’è”

Canticchio mentre la barca si allontana da San Servolo, abbiamo giocato col titolo di questa canzone e il luogo del libro di Peter Pan.
Noi per arrivare all’isola che c’è non abbiamo dovuto seguire le stelle, ci è bastato seguire la strada disseminata di buone prassi, come molliche fatte cadere delle amministrazioni di centro sinistra. È così che siamo arrivati alla nostra isola che c’è, un luogo possibile perché è possibile impiegare i soldi pubblici in azioni per i cittadini, per fornire servizi e beni necessari a loro, per aiutare chi ha bisogno o per migliorare l’ambiente in cui viviamo.

Come al solito ognuno di queste esperienze ha i suoi aneddoti. Come il clima tropicale in cui io e Ivana abbiamo passato la prima notte, con l'aria condizionata rotta e il pinguino che è venuto ad aprirci la porta della stanza la seconda sera. Però questa volta ci siamo contenute, il disordine della stanza è rimasto sotto i livelli di guardia (il primato di Berlino resterà negli annali!) e io e Ivana siamo riuscite a non perderci.

Un’altra scuola di politica finisce, mentre guardo San Servolo allontanarsi e Venezia sempre più vicina penso all’enorme valore di questi momenti di formazione. “L’isola che c’è” è stata la sesta scuola di formazione organizzata dal Partito Democratico, 6 esperienze preziose perché non solo permettono a molti di venire a contatto con nuove realtà, di imparare e di ascoltare lezioni di ospiti, anche, internazionali. Ma sono un momento di incontro e di scambio di saperi. Stupisce, ogni volta, il numero di visi ormai familiari e di volti nuovi, persone che partecipano per la prima volta, ma che dopo qualche ora sono già di casa. È impressionante trovarsi la mattina a colazione e sentire da un tavolo accanto un’animata discussione sui temi della scuola, fa piacere uscire da una lezione e trovare 2 ragazzi discutere, nell’afa di questo luglio veneto, di federalismo.
3 giorni di incontri con amministratori di piccole e grandi amministrazioni, lezioni e laboratori, spazi per il dibattito e una platea varia. Tanti giovani, molti amministratori e anche il sindaco più giovane d’Italia, a soli 21 anni.

C’è chi dopo l’incontro con D’Alema e Fioroni, protrattosi fino alle soglie della mezzanotte, ha preso il traghetto ed è andato a vedere Venezia con altri compagni di corso, e chi si è fermato nei giardini di San Servolo a chiacchierare, sotto le stelle, di politica e di vita. Nascono nuove amicizie, si consolidano vecchie conoscenze. 
La forza della scuola di politica del PD sta non solo nel progetto formativo portato avanti da Annamaria Parente e i suoi collaboratori, ma anche nella rete sociale che nasce e cresce intorno ad esso.
Canticchio scrollando via la stanchezza dei giorni di lavoro, mi godo il panorama e il sole, conto i visi delle nuove persone conosciute. Ci vediamo dal 30 settembre al 3 ottobre a Cortona, per una nuova scuola di politica. Se ancora non avete mai partecipato iscrivetevi, ne vale la pena.

p.s. Voi ci provereste a fotografare D'Alema col vassoio della mensa che si avvia al tavolo? Io ci ho provato, ma non mi è andata bene. Però è stato molto bello vederlo al tavolo coi ragazzi e non nella saletta riservata, che quella sera è rimasta vuota. Tutti da D'Alema a Fioroni, passando per Emiliano e Spacca sono andati a sedersi ai tavoli chiacchierando coi ragazzi, come si farebbe ad una tavolata tra amici.

Su espressa richiesta di Ivana, che non poteva 
stare senza il mio classico diario post-scuola di politica

lunedì, luglio 12, 2010

Look Back in anger?


Mi ritrovo ad ascoltare gli Oasis, in una mattina di riposo dopo 3 giorni di lavoro.
Non che sia una fan sfegatata, ma mi piacciono, soprattutto i vecchi album.
Non lavoro oggi, potrei andare in piscina, ma il sole va e viene. Vorrei preparare un dolce, ma fa troppo caldo per accendere il forno. Così ascolto musica e riordino cose sul computer.
Intanto arriva "Don't look back in anger". Una delle mie preferite. La conosco a memoria e la canticchio e la traduco contemporaneamente. E ci penso. Penso, ma io, mi guardo indietro con rabbia? Ci sono rancori che mi porto ancora dietro? Scelte fatte da me o che altri hanno fatto per me che mi rodono ancora?
è che alla fine se non lavori finisci per arrovellarti su queste domande stupide e magari finisci per fare un consuntivo.
Beh, sono fortunata. Non guardo indietro con rabbia. Sono convinta che ogni passo fatto mi abbia fatto crescere, se non nell'immediato a posteriori sì.
Anche quelle scelte che ho creduto difficili da portare avanti, quelle che hanno richiesto forza e decisione, quelle che mi hanno fatto piangere. Anche con quelle, forse per quelle, sono cresciuta. Magari con qualcuno non parlo più lo stesso, perché fa troppo male, perché è ancora troppo presto. Ma non porto rancori, non mi rimprovero nulla e sto serena così.
Ora sto qui e attendo serena il mio Godot.
Intanto la canzone è finita e io cambio musica. Si passa a Max Gazzè, "A cuore scalzo".

lunedì, luglio 05, 2010

EquiLibrismi - Il ghiaccio


Fa caldo. D'altra parte è arrivata l'estate, che ti volevi aspettare? Con un caldo del genere, ti verrebbe da rinunciare al solito rito del caffè. Ma per una malata come me è quasi impossibile. Ma io ho la mia soluzione, che non è il caffè freddo (che personalmente trovo imbevibile), ma il pugliesissimo (e qui le mie radici si sentono) caffè in ghiaccio.
Sta di fatto che da quando un collega mi ha fatto tornare in mente questa soluzione, mezzo ufficio l'ha adottata.
Quando venerdì, durante una classica pausa dal lavoro ci siamo concessi la nostra bevanda preferita, alla cassa abbiamo avuto una sorpresa. Quei 2 cubetti di ghiaccio nel bicchiere ci sono costati 20cent in più. Mah.
Perché questo è un EquiLibrismo? Perché una volta usciti dal bar non ho potuto non pensare alla scoperta del ghiaccio, raccontata da Garcia Lorca in "Cent'anni di solitudine" (uno dei miei libri preferiti)




"Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe
ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. [...]"
"[...] al centro della tenda, dove c'era un gigante col torace peloso e la
testa rapata, con un anello di rame nel naso e una pesante catena di ferro alla caviglia, che custodiva
un cofano da pirata. Quando il gigante lo scoperchiò, il cofano lasciò sfuggire un alito
glaciale. Dentro c'era soltanto un enorme blocco trasparente, con infiniti aghi interni nei quali
si frantumava in stelle colorate il chiarore del crepuscolo. Sconcertato, sapendo che i bambini
aspettavano una spiegazione immediata, José Arcadio Buendìa si azzardò a mormorare:
"È il diamante più grande del mondo."
"No," corresse lo zingaro. "È ghiaccio."
José Arcadio Buendìa, senza capire, allungò la mane verso il blocco, ma il gigante gliela scostò:
"Altri cinque reales per toccarlo," disse. José Arcadio Buendìa li pagò, e allora mise la mano
sul ghiaccio, e ve la tenne per diversi minuti, mentre il cuore gli si gonfiava di timore e di giubilo
al contatto col mistero. Senza sapere cosa dire, pagò altri dieci reales perché i suoi figli vivessero
la prodigiosa esperienza. Il piccolo José Arcadio si rifiutò di toccarlo. Invece, Aureliano fece un
passo avanti, appoggiò la mano e la ritirò subito. "Sta bollendo," esclamò spaventato. Ma suo padre
non gli fece caso. Ubriacato dall'evidenza del prodigio, in quel momento si dimenticò della
frustrazione delle sue imprese deliranti e del corpo di Melquíades abbandonato all'appetito dei
calamari. Pagò altri cinque reales, e con la mano appoggiata al blocco di ghiaccio, come se stesse
rendendo testimonianza sul testo sacro, esclamò:
"Questa è la grande invenzione del nostro tempo."[...]"