giovedì, marzo 18, 2010

Descrizioni ben fatte

Mi capita, ogni tanto, di rileggere un pezzettino di questo libro. Si tratta di un libro di poesie e racconti del 2002. Lo pubblicarono mio padre e il suo socio, un modo per sostenere i progetti di Emergency. Avventori del locale donarono i loro pensieri. Semplici bevitori e scrittori noti (come Erri De Luca). Tra tutti mi colpì questo, un inglese parlava dello spirito del locale e parlava di mio padre, che prima di fare "l'oste" a tempo pieno (di locali ne ha avuti altri, nel locale che gestiva conobbe mia madre, tutti dai nomi curiosi: La Fargue, La Vereda e infine il Mutenye) era un falegname.


CHE COS’È ESATTAMENTE UN MUTENYE?
Traduzione di: Andrea Tuveri

Forse non è stata solo una coincidenza se la strada di un uomo con un passato di ferro ha incontrato quella di un uomo con una passione per il legno. Decenni segnati da un freddo contatto con il ferro e il vetro hanno lasciato tracce che non si vedono ma che la vita, l’amicizia e forse il profondo colore del legno riescono a rendere meno tangibili.
Forse per noi la forza naturale emanata dalle venature di una trave appena piallata ha più importanza di quella che riusciamo a comprendere, e magari non è solo l’animo di un combattente come Sante Notarnicola a volersi segretamente avvicinare al morbido contatto con la natura, e non sono solo le mani di un mastro artigiano come Cosimo Minonne ad allungarsi inavvertitamente fino a sfiorare la delicata superficie di un legno ben levigato.
Il nostro amore per il legno scaturisce da un irrefrenabile istinto primordiale. I misteri degli alberi ci affascinano ancora prima che imparassimo ad usare e ad abusare degli altri materiali che la Terra ci ha donato. Ci siamo riparati sotto i rami, ne abbiamo rosicchiato la corteccia con i denti e abbiamo acceso fuochi quando la pietra era solo una dura realtà, quando l’oro non era che uno strano bagliore nel terreno e il vetro null’altro che un sogno lontano da venire. Se davvero abbiamo un animo di ferro, cose di cui spesso dubito, allora batte in noi sicuramente un cuore di legno, e le due cose insieme creano il senso di magia che si cela dietro alla parola Mutenye.
Circa cinque anni fa, quando venne inaugurata la nuova osteria in via del Pratello, tutti conoscevano benissimo i proprietari ma nessuno sapeva cosa significava il nome. Una marea notturna di clienti, amici, innamorati, seguaci della moda, appassionati di flipper e filosofi di mezzanotte salì e rifluì alla luce del nuovo faro che mandava i suoi segnali nella notte bolognese, e in quelle serate nacquero e si diffusero le più svariate teorie su cosa fosse in realtà un Mutenye. Era senz’altro uno strumento musicale etnico, una tribù africana, una società segreta, una marca di sigari cubani o un’isola abbandonata, a una cert’ora della notte è inutile tentare di fermare le proprie fantasie. Ma per quanto ogni teoria avesse un suo fascino personale, nessuna di queste corrispondeva alla realtà, perché la verità sull’enigma del Mutenye era ben più semplice. Il Mutenye è un viaggiatore senza passaporto, un’amante al quale non serve un letto, un prete che non ha bisogno di bibbia. La risposta era già lì con noi,era negli sgabelli sui quali sedevamo, nel bancone sul quale ci sporgevamo e nelle porte dalle quali uscivamo per rientrare dopo aver risolto le il grosso delle problematiche mondiali del momento.
Il Mutenye è il contatto caldo e naturale con il legno di un albero che cresce nello Zaire, è l’arte e la cura di un mastro artigiano, ed è soprattutto l’affetto spontaneo di due persone che, come gli alber, sanno benissimo dove sono le proprie radici.

giovedì, marzo 11, 2010

la poesia del ricordo


A volte, mentre nella notte cerchi parole che ti rappresentino, quelle parole che ti sembra di aver perso. A volte ecco che nella notte ritrovi una vecchia poesia. Di cui ti eri innamorata a 18 anni. E leggi altre poesie dello stesso poeta. E te ne ri-innamori a 28 anni.


Se mi chiamassi, sì,
se mi chiamassi!
Io lascerei tutto,
tutto io getterei:
i prezzi, i cataloghi,
l'azzurro dell'oceano sulle carte,
i giorni e le loro notti,
i telegrammi vecchi
e un amore.
Tu, che non sei il mio amore,
se mi chiamassi!
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E ancora attendo la tua voce:
giù per i telescopi, da una stella
attraverso specchi e gallerie di anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
sarà da un miracolo,
ignoto, senza vederlo.

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Tu vivi sempre nei tuoi atti,
con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.

Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto. [...]

E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti è piaciuta -.
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

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Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere là dove taci
o nelle ore in cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi. [...] Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto ed ora [...]
sei così anticamente mia
da tanto tempo ti conosco
che nel tuo amore chiudo gli occhi
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura...



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Il tuo modo d'amare è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni è il silenzio. [...]
Mai parole o abbracci mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi, mappe, telefoni, presagi; tu, no.
E sto abbracciato a te senza chiederti nulla,
per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire, con domande, con carezze,
quella solitudine immensa, d'amarti solo io.




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La Voce a te dovuta - Pedro Salinas

venerdì, marzo 05, 2010

Il 101° Hijos


"I figli sono di chi se li cresce", è una frase spesso detta, spesso sentita. Lo si dice del genitore che cresce un figlio biologicamente non suo, perchè lo ha adottato o perchè le circostanze della vita portano a questi casi. Lo si dice per spiegare gli affetti che non si spiegano solo con il patrimonio genetico.
Ma ci sono casi in cui c'è un segreto tremendo dietro a questa frase, e per cui il significato profondo di questo luogo comune schianta in partenza.
Ci sono ragazzi, uomini e donne, ormai, che si trovano a fare i conti con un'identità a loro ignota fino a poco tempo prima, che gli era stata rubata. Come loro sono stati rubati alle loro madri. Sono i figli dei desaparecidos.
Una settimana fa è stato ritrovato il 101 nipote dalle Abuelas de plaza de Mayo. Le nonne che non si sono mi arrese. In un paese sempre in bilico sull'oblio, loro hanno testardamente tenuto alto il ricordo del genocidio che ha spazzato via una generazione. I loro figli.
Così 32 anni dopo Alejandro Gallo ha scoperto di chiamarsi Francisco. In realtà fin da quando aveva dubbi sulla sua identità da almeno 10 anni.
"Non ero di quel posto, queste cose si sentono". E le analisi hanno dato ragione a quel suo sentimento. Il suo vero nome è Francisco Madariaga, figlio di Abel Madariaga e Silvia Mónica Quintela.
Il 17 gennaio 1977 Silvia fu sequestrata alla periferia di Buenos Aires, era incinta di quattro mesi e subì il destino di tante altre giovani prigioniere incinte nell'Argentina della dittatura. Torturate, ma tenute in vita e in salute fisica fino al momento del parto, poi il furto del bambino appena nato da parte dei generali e infina la desparicion.
Abel riuscì a scappare dalla repressione e durante la dittatura si rifugiò in Svezia prima e in Messico poi. Nel 1983, quando la democrazia tornò in Argentina, rientrò nel suo paese, e con l'organizzazione delle Abuelas e si mise alla ricerca del suo bambino. Abel oggi è il segretario dell'Associazione.
"Avere un figlio desaparecido è come avere un buco nell'anima. Adesso l'anima è totalmente curata e scoppia di allegria"
"Assomiglia molto a sua madre" dice Abel. Un padre e un figlio a cui sono stati rubati 30 anni di vita insieme, e che oggi iniziano una nuova vita sapendo di contare l'uno sull'altro.
Non sempre i ragazzi ritrovati accettano la loro nuova identità, spesso sono stati cresciuti dai militari che gli hanno inculcato la loro versione di quella guerra sporca. Molto spesso sono stati affidati al carnefice dei loro veri genitori. A distanza di 30 anni è difficile far loro accettare un'altra realtà, un'altra identità.
Per Francisco è stato, probabilmente, più facile perché intuiva di non essere figlio della famiglia che lo ha cresciuto e che non gli ha regalato una vita felice. L'uomo che lo ha cresciuto, un ex ufficiale dell'Esercito chiamato Victor Gallo era violento e aggressivo e scaricava la violenza sul giovane e sulla moglie. Inoltre, anni dopo la fine della dittatura, ha partecipato allo sterminio di una famiglia ed è per questo finito in carcere. E' stata Inés Colombo, la moglie del generale, a rivelanre a Francisco che era nato in Campo de Mayo, e a spingerlo a chiedere aiuto alle Abuelas. Così, ha potuto conoscere suo padre e la famiglia materna, che non hanno mai smesso di cercarlo.
Ma per un Hijos ritrovato ne rimangono ancora tanti di cui non si sa nulla, e per le Nonne di Plaza de Majo la lotta contro l'oblio è anche una lotta contro il tempo.

mercoledì, marzo 03, 2010

Un mese senza te

Ti stupisci a guardare il calendario. E accorgerti che è passato un mese.
Un mese fa ero in viaggio verso Sud. Per salutarti. Un'ultima volta.
C'eravamo visti solo 7 giorni prima. Era tanto che non venivo a trovarti. Forse hai anche pensato che non pensassi più a te. Quando ero piccola ci vedevamo tutte le estati, a volte anche per altre feste. Poi sono cresciuta, si fanno tante cose. Le feste le passi in famiglia, perchè abiti fuori casa. Le estati le passi con gli amici, quei 15 giorni che il lavoro ti lascia.
E così ho lasciato passare 2 estati senza vederci.
E quando ti ho salutato ti ho detto: "ci vediamo presto". Mi hai risposto come sempre: "Ehhh, chissà.".
Questa volta avevi ragione tu, è stato l'ultimo bacio che mi hai dato, l'ultima carezza.
Mentre ti accompagnavamo siamo passati vicino ad un uliveto. Non ho potuto non pensare alle giornate estive passate insieme. Le campagne, gli animali. Le serate passate seduti su un pezzo di tufo, fuori di casa. Io guardavo le luci che vedevo dei paesi vicini, i rumori che sentivo arrivare. Tu mi raccontavi di quale paese ci fosse, degli animali notturni.
Di tutte le volte che quando tornavo dal mare mi chiedevi: "Li hai portati i pesciolini?, no? e che sei andata a fare al mare!", o le sere invernali passate accanto alla stufa, a mangiare le arachidi calde.
è passato un mese. E ogni tanto mi fermo a pensarti. A pensare a tutte le cose che ci sono state, a tutte quelle che non ci saranno più.