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sabato, aprile 14, 2012

Videla: i desaparecidos erano il prezzo da pagare

"La prima lista di persone da eliminare era stata stilata tre mesi dopo il golpe. 
Noi della giunta militare avevano concordato che questo era il prezzo da pagare per vincere la guerra contro la sovversione e che tale decisione doveva rimanere nascosta perchè la società non doveva accorgersene. Dovevamo eliminare un grande gruppo di persone che non potevano nè essere portate in tribunale nè uccise apertamente".

venerdì, marzo 05, 2010

Il 101° Hijos


"I figli sono di chi se li cresce", è una frase spesso detta, spesso sentita. Lo si dice del genitore che cresce un figlio biologicamente non suo, perchè lo ha adottato o perchè le circostanze della vita portano a questi casi. Lo si dice per spiegare gli affetti che non si spiegano solo con il patrimonio genetico.
Ma ci sono casi in cui c'è un segreto tremendo dietro a questa frase, e per cui il significato profondo di questo luogo comune schianta in partenza.
Ci sono ragazzi, uomini e donne, ormai, che si trovano a fare i conti con un'identità a loro ignota fino a poco tempo prima, che gli era stata rubata. Come loro sono stati rubati alle loro madri. Sono i figli dei desaparecidos.
Una settimana fa è stato ritrovato il 101 nipote dalle Abuelas de plaza de Mayo. Le nonne che non si sono mi arrese. In un paese sempre in bilico sull'oblio, loro hanno testardamente tenuto alto il ricordo del genocidio che ha spazzato via una generazione. I loro figli.
Così 32 anni dopo Alejandro Gallo ha scoperto di chiamarsi Francisco. In realtà fin da quando aveva dubbi sulla sua identità da almeno 10 anni.
"Non ero di quel posto, queste cose si sentono". E le analisi hanno dato ragione a quel suo sentimento. Il suo vero nome è Francisco Madariaga, figlio di Abel Madariaga e Silvia Mónica Quintela.
Il 17 gennaio 1977 Silvia fu sequestrata alla periferia di Buenos Aires, era incinta di quattro mesi e subì il destino di tante altre giovani prigioniere incinte nell'Argentina della dittatura. Torturate, ma tenute in vita e in salute fisica fino al momento del parto, poi il furto del bambino appena nato da parte dei generali e infina la desparicion.
Abel riuscì a scappare dalla repressione e durante la dittatura si rifugiò in Svezia prima e in Messico poi. Nel 1983, quando la democrazia tornò in Argentina, rientrò nel suo paese, e con l'organizzazione delle Abuelas e si mise alla ricerca del suo bambino. Abel oggi è il segretario dell'Associazione.
"Avere un figlio desaparecido è come avere un buco nell'anima. Adesso l'anima è totalmente curata e scoppia di allegria"
"Assomiglia molto a sua madre" dice Abel. Un padre e un figlio a cui sono stati rubati 30 anni di vita insieme, e che oggi iniziano una nuova vita sapendo di contare l'uno sull'altro.
Non sempre i ragazzi ritrovati accettano la loro nuova identità, spesso sono stati cresciuti dai militari che gli hanno inculcato la loro versione di quella guerra sporca. Molto spesso sono stati affidati al carnefice dei loro veri genitori. A distanza di 30 anni è difficile far loro accettare un'altra realtà, un'altra identità.
Per Francisco è stato, probabilmente, più facile perché intuiva di non essere figlio della famiglia che lo ha cresciuto e che non gli ha regalato una vita felice. L'uomo che lo ha cresciuto, un ex ufficiale dell'Esercito chiamato Victor Gallo era violento e aggressivo e scaricava la violenza sul giovane e sulla moglie. Inoltre, anni dopo la fine della dittatura, ha partecipato allo sterminio di una famiglia ed è per questo finito in carcere. E' stata Inés Colombo, la moglie del generale, a rivelanre a Francisco che era nato in Campo de Mayo, e a spingerlo a chiedere aiuto alle Abuelas. Così, ha potuto conoscere suo padre e la famiglia materna, che non hanno mai smesso di cercarlo.
Ma per un Hijos ritrovato ne rimangono ancora tanti di cui non si sa nulla, e per le Nonne di Plaza de Majo la lotta contro l'oblio è anche una lotta contro il tempo.

mercoledì, luglio 30, 2008

A volte succede, per fortuna

Dal Manifesto del 26 luglio 2008


IL PROCESSO
Ergastolo a Menendez, «la Iena» di Cordoba
Il più potente dopo Videla e Massera
SEBASTIAN LACUNZA
BUENOS AIRES

E' stato uno dei maggiori responsabili del genocidio commesso dalla dittatura argentina negli anni Settanta, ma non era mai stato condannato negli intermittenti tentativi di giustizia cominciati dal 1983, quando venne recuperata la democrazia. Ieri a 81 anni, lo sguardo di un bufalo, il repressore Luciano Benjamin Menendez ha invece ricevuto la sentenza da un tribunale della provincia di Cordoba: ergastolo per aver sequestrato, torturato e ammazzato quattro militanti contro la dittatura.
Dopo la sentenza ci sono state celebrazioni, pianti e sollievo a Cordoba, la seconda provincia per numero di abitanti del paese. «Un'utopia, non avrei mai pensato che avremo vinto» ha detto alla stampa Sonia Torres, la presidente della filiale di Cordoba delle «Abuelas de Plaza de Mayo». E il festeggiamento è stato anche maggiore quando il Tribunale federale N. 1 ha stabilito che il repressore avrebbe passato il resto della sua vita in un carcere comune, non un una dipendenza militare o al proprio domicilio. Altri sette repressori processati insieme a lui hanno ricevuto pene altrettanto severe.
Menendez è stato il capo del III Corpo dell'esercito, con sede nel centro del paese e giurisdizione nelle provincie del nord limitrofe alla cordigliera delle Ande. Sotto il suo comando sparirono quasi quattromila persone, anche se il processo concluso l'altro giorno si è limitato alla morte di quattro membri del Partito rivoluzionario dei lavoratori nel 1977, in piena dittatura. Menendez è atteso da altri giudizi, altre verità e altre condanne.
Il rapporto «Nunca Mas» gli attribuisce il soprannome di «Iena», anche se forse nel regno animale manca un essere equiparabile a Menendez. Il militare ha continuato a prendere parte alla vita pubblica di Cordoba anche dall'inizio della democrazia e aveva evitato la condanna grazie all'indulto dichiarato dal presidente peronista conservatore Carlos Menem nel 1990. Nel 1984 un gruppo di manifestanti lo contestò fuori da uno studio televisivo. Menendez afferrò un coltello e si lanciò contro la folla.
Se il campo di concentramento della Escuela Mecánica de la Armada (Esma) sotto il comando dell'ammiraglio Emilio Massera è stata una riproduzione minore di Auschwitz, La Perla, nei dintorni di Cordoba, sarebbe la versione argentina di Dachau. Vi passarono oltre duemila detenuti-desaparecidos, secondo i calcoli più prudenti, dei quali sono sopravvissuti soltanto in 17. Fino a oggi si è riusciti a identificare solo 15 cadaveri.
Alla Esma la metodologia di sterminio preferita fu quella di gettare i corpi legati e ammanettati nel Rio de la Plata. Menendez preferiva invece portare i detenuti in città e abbatterli in scontri simulati, anche se il suo metodo per eccellenza era costituito dalle fosse comuni scavate dalle stesse vittime, comprese donne incinte, sparo alla nuca e copertura con petrolio o cemento.
Una delle testimonianze chiave del processo è stata portata dall'italiano Piero Di Monte, che passò per La Perla e poi, liberato per evitare problemi con l'Europa, fece ritorno in Italia, da cui è tornato per prestare la sua testimonianza. Un racconto commovente e pieno di dettagli su quella «macchina della morte» che è stata il complesso militare. Mentre veniva selvaggiamente torturato e chiedeva agli aguzzini che lo uccidessero, portarono invece nella stanza la sua compagna incinta, perché assistesse alla scena. Guardando i giudici e i suoi torturatori durante il processo, Di Monte ha cantato vittoria: «Voglio che sappiate che lei è ancora la mia compagna, ho passato tutta la vita con lei e abbiamo tre figli».
Nelle istruzioni ai subordinati, Menendez aveva ordinato nel 1977 di «smascherare e segnalare i delinquenti sovversivi, che travestiti da professori o studenti sviluppano propaganda o azioni sovversive». La sua ultima provocazione è arrivata quando il giudice Jaime Diaz Gravier gli ha chiesto se voleva dire qualcosa prima della sentenza. E Menendez ha raccontato una favola storica. Durante un passo, ha detto che «i marxisti hanno insanguinato il paese e ad essere giudicati siamo noi. Già sconfitti, hanno abbandonato la lotta armata e si sono mimetizzati da pacifici civili, seguendo la dottrina di Gramsci». «Questo è il solo paese che processa il suo esercito vittorioso», ha proseguito. «Spero che i guerriglieri degli anni Settanta, oggi al potere (con Nestor e Cristina Kirchner) non possano consumare il loro proposito di imporci un regime autoritario», ha detto, provocando risate nella sala. In carcere, avrà molto tempo per continuare con le sue elucubrazioni.

mercoledì, aprile 25, 2007

mercoledì, dicembre 13, 2006

Pinochet


In "Pallide bandiere" Paco Ignazio Taibo ci aveva preso dicendo "I dittatori muoiono nel loro letto" in riferimento a Pinochet.
A 91 anni il vecchio dittatore cileno è morto in seguito a un infarto.

Solo funerale militare per lui, nessun funerale di stato... e ci mancherebbe altro!
Ora la sensazione dovrebbe essere di sollievo, uno di quei personaggi che mi fanno venire il ribrezzo al solo sentirne il nome. Ma avrei preferito di gran lunga che prima di morire venisse condannato per i crimini di cui si è macchiato, per tutti i cileni desaparecidos, per chi è stato torturato e per chi è stato costretto all'esilio.
Purtroppo in Cile non c'è un Kirchner, manca quel coraggio di giudicare chi ha fatto veramente del male al proprio paese.
Intanto in Italia qualcosa si muove, e il reato di tortura viene introdotto nel nostro codice penale.

giovedì, giugno 16, 2005

Dall'Argentina

ogni tanto le buone notizie arrivano..... e io lascio che si esprima chi ne sa più di me e scrive meglio di me:
Piangi, Argentina
LUIS SEPÚLVEDA
Hai sentito le notizie? mi dice una cara amica da Buenos Aires. E' presto nella capitale argentina, fa freddo - aggiunge - ma l'entusiasmo della sua voce scavalca l'oceano e mi arriva calda, piena di speranze. No, non ho sentito niente, le dico. Lei mette il telefono vicino alla radio e posso sentire. La corte suprema di giustizia ha abolito le leggi maledette del Punto finale e dell'Obbedienza dovuta.

Queste leggi sono state negoziate alle spalle delle vittime, alle spalle delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo, alle spalle di tutti quelli che, dall'anonimato di cui è fatta una paura molto più durevole di quella dei dittatori, continuavano in silenzio a cercare i loro morti e difendevano la segreta e ostinata speranza di un atto di giustizia. Leggi maledette, nate da un curioso concetto di «riconciliazione nazionale» che obbligava le vittime a dimenticare e permetteva agli assassini di passeggiare in totale impunità.

Ricordo l'alterco, la rabbia di Miguel Bonasso quando in un ristorante inciampò nel «Tigre» Acosta, uno dei principali torturatori della scuola meccanica dell'armata, la Esma, secondo una sigla già iscritta nella storia universale dell'infamia. Codardo senza la sua uniforme, codardo senza le sue belve armate, codardo senza «la patria» come salvacondotto, «El Tigre» Acosta se la fece addosso davanti alla sua amante e ai suoi figli quando Bonasso gli si parò davanti e gli disse «sono solo e disarmato, fammi vedere quanto sei coraggioso, soldatino figlio di puttana». Puzzando senza alcun controllo, la merda che s'allargava nei pantaloni, balbettò «non faccia così signor Bonasso, io sono amnistiato dalle leggi di Obediencia debida, facevo quel che mi ordinavano».

Il mio amico e compagno Miguel Bonasso, ex guerrigliero montonero, ora deputato eletto con molti, moltissimi voti di gente che non ha mai perso la speranza, sputò in faccia al «coraggioso» militare argentino.

Ora se la chiesa cattolica, complice dei dittatori e dei torturatori, se il menemismo, la parte più reazionaria, mafiosa e fascista del peronismo, non tentano giochetti sporchi per salvare coloro che hanno amnistiato applicando loro le leggi maledette del Punto finale e dell'Obbedienza dovuta, finalmente i criminali dovranno sedere sul banco degli imputati e rispondere dei loro crimini.

Se la coppia Bush-Condoleezza Rice, che non sa nemmeno dove sia l'Argentina sulla mappa, non provano a dare qualche «consiglio» per evitare di «aprire ferite già chiuse» - perché sono stati gli Stati uniti ad addestrare i torturatori - è possibile che si possa arrivare al punto più doloroso della storia e sapere dove sono i quasi trentamila desaparecidos, sapere che ne fecero di loro, di quei compagni e quelle compagne la cui età media era di venticinque anni, e soprattutto sarà possibile recuperare i tanti bambini che sono stati perduti nel labirinto dell'orrore.

Neanche l'Organizzazione degli stati americani, la Oea, deve metterci bocca, e men che meno José Miguel Insulza, il cancelliere cileno che salvò Pinochet dall'estradizione da Londra a Madrid. Le istituzioni che hanno tradito i popoli dell'America latina devono starsene zitte, non hanno esercitato altro che il servilismo di fronte agli Stati uniti, mai hanno servito i loro popoli e mai li serviranno.

Buone notizie arrivano da Buenos Aires. La mia amica piange in silenzio. Le sue lacrime sono acqua benedetta che annaffia i fiori ostinati della speranza.