Dal Manifesto del 26 luglio 2008
IL PROCESSO
Ergastolo a Menendez, «la Iena» di Cordoba
Il più potente dopo Videla e Massera
SEBASTIAN LACUNZA
BUENOS AIRES
E' stato uno dei maggiori responsabili del genocidio commesso dalla dittatura argentina negli anni Settanta, ma non era mai stato condannato negli intermittenti tentativi di giustizia cominciati dal 1983, quando venne recuperata la democrazia. Ieri a 81 anni, lo sguardo di un bufalo, il repressore Luciano Benjamin Menendez ha invece ricevuto la sentenza da un tribunale della provincia di Cordoba: ergastolo per aver sequestrato, torturato e ammazzato quattro militanti contro la dittatura.
Dopo la sentenza ci sono state celebrazioni, pianti e sollievo a Cordoba, la seconda provincia per numero di abitanti del paese. «Un'utopia, non avrei mai pensato che avremo vinto» ha detto alla stampa Sonia Torres, la presidente della filiale di Cordoba delle «Abuelas de Plaza de Mayo». E il festeggiamento è stato anche maggiore quando il Tribunale federale N. 1 ha stabilito che il repressore avrebbe passato il resto della sua vita in un carcere comune, non un una dipendenza militare o al proprio domicilio. Altri sette repressori processati insieme a lui hanno ricevuto pene altrettanto severe.
Menendez è stato il capo del III Corpo dell'esercito, con sede nel centro del paese e giurisdizione nelle provincie del nord limitrofe alla cordigliera delle Ande. Sotto il suo comando sparirono quasi quattromila persone, anche se il processo concluso l'altro giorno si è limitato alla morte di quattro membri del Partito rivoluzionario dei lavoratori nel 1977, in piena dittatura. Menendez è atteso da altri giudizi, altre verità e altre condanne.
Il rapporto «Nunca Mas» gli attribuisce il soprannome di «Iena», anche se forse nel regno animale manca un essere equiparabile a Menendez. Il militare ha continuato a prendere parte alla vita pubblica di Cordoba anche dall'inizio della democrazia e aveva evitato la condanna grazie all'indulto dichiarato dal presidente peronista conservatore Carlos Menem nel 1990. Nel 1984 un gruppo di manifestanti lo contestò fuori da uno studio televisivo. Menendez afferrò un coltello e si lanciò contro la folla.
Se il campo di concentramento della Escuela Mecánica de la Armada (Esma) sotto il comando dell'ammiraglio Emilio Massera è stata una riproduzione minore di Auschwitz, La Perla, nei dintorni di Cordoba, sarebbe la versione argentina di Dachau. Vi passarono oltre duemila detenuti-desaparecidos, secondo i calcoli più prudenti, dei quali sono sopravvissuti soltanto in 17. Fino a oggi si è riusciti a identificare solo 15 cadaveri.
Alla Esma la metodologia di sterminio preferita fu quella di gettare i corpi legati e ammanettati nel Rio de la Plata. Menendez preferiva invece portare i detenuti in città e abbatterli in scontri simulati, anche se il suo metodo per eccellenza era costituito dalle fosse comuni scavate dalle stesse vittime, comprese donne incinte, sparo alla nuca e copertura con petrolio o cemento.
Una delle testimonianze chiave del processo è stata portata dall'italiano Piero Di Monte, che passò per La Perla e poi, liberato per evitare problemi con l'Europa, fece ritorno in Italia, da cui è tornato per prestare la sua testimonianza. Un racconto commovente e pieno di dettagli su quella «macchina della morte» che è stata il complesso militare. Mentre veniva selvaggiamente torturato e chiedeva agli aguzzini che lo uccidessero, portarono invece nella stanza la sua compagna incinta, perché assistesse alla scena. Guardando i giudici e i suoi torturatori durante il processo, Di Monte ha cantato vittoria: «Voglio che sappiate che lei è ancora la mia compagna, ho passato tutta la vita con lei e abbiamo tre figli».
Nelle istruzioni ai subordinati, Menendez aveva ordinato nel 1977 di «smascherare e segnalare i delinquenti sovversivi, che travestiti da professori o studenti sviluppano propaganda o azioni sovversive». La sua ultima provocazione è arrivata quando il giudice Jaime Diaz Gravier gli ha chiesto se voleva dire qualcosa prima della sentenza. E Menendez ha raccontato una favola storica. Durante un passo, ha detto che «i marxisti hanno insanguinato il paese e ad essere giudicati siamo noi. Già sconfitti, hanno abbandonato la lotta armata e si sono mimetizzati da pacifici civili, seguendo la dottrina di Gramsci». «Questo è il solo paese che processa il suo esercito vittorioso», ha proseguito. «Spero che i guerriglieri degli anni Settanta, oggi al potere (con Nestor e Cristina Kirchner) non possano consumare il loro proposito di imporci un regime autoritario», ha detto, provocando risate nella sala. In carcere, avrà molto tempo per continuare con le sue elucubrazioni.
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