martedì, novembre 30, 2010

EquiLibrismi - La nostalgia del lettore

Ieri giornata di shopping. Ovviamente tappa obbligatoria: la Feltrinelli. Vuoi saltarla? Sia mai.
Così dopo aver girovagato, curiosato e cercato sono uscita col mio sacchettino. Il dvd di Zia Mame (tanto per vedere se rispettiamo la teoria) e "L'amore non guasta" di Coe. Perché avevo voglia di qualcosa di Coe, e perché il titolo mi attirava (sull'acquisto dettato dal titolo ci sarà, poi, un EquiLibrismo a parte).
Stamattina ho riferito a Cinzia di aver comprato quel libro, visto che è stata lei ad attaccarmi il morbo di Coe. Cinzia mi scrive: "Ti invidio un po', puoi ancora "scoprirlo". Io avendo letto tutti i suoi libri posso solo aspettare che ne scriva un altro".
Ci riflettevo mentre camminavo verso l'ufficio. Ci sono autori di cui alle volte ti dispiaci di aver già letto tutto. A volte vedo chi inizia a leggere Pennac. E sento nostalgia della famiglia Malausenne. Li invidio, penso a quando sorrideranno scoprendo il mestiere di Benjamin, o la stramba famiglia che si ritrova. Aspetto sempre la nuova uscita di un libro di Carlotto, sperando che si sbrighi a scrivere. Ma, è bello anche aspettare, scoprire che il tal giorno uscirà il nuovo libro di uno dei tuoi autori preferiti. attendere il giorno, precipitarsi in libreria e correre a casa per iniziare a leggerlo (salvo spesso aprirlo già mentre sei sul bus ed immergerti nella novità).
Rileggerli non è come leggerli la prima volta. Quando li scopri, ti sorprendi e ridi. Rileggere è ritrovare alcune emozioni, a volte scoprire passaggi che la prima volta ti erano sfuggiti. Quindi, magari, andrò a riprendere "Il Paradiso degli Orchi" per tornare per un po' a Belleville. Ma continuerò ad invidiare tutti quei lettori che lo aprono per la prima volta.

lunedì, novembre 29, 2010

Elenco (parziale) delle cose che una donna sopra la sesta sa

- Il reggiseno al supermercato, all'oviesse, da intimissimi, Tezenis etc.. scordatelo.
- Colori: bianco, Nero, carne. Stop.
- Con quello che tu spendi per un reggiseno, la tua amica con la 3° ne ha presi almeno 4 (se non ha trovato un'offerta e allora s'è rifatta l'armadio)
- Se davanti ad una vetrina di intimo "specializzato" ti propongono un reggiseno a balconcino ti chiedi: è un balcone, una veranda o un abuso edilizio?
- Se metti una maglia scollata in pochi noteranno il colore degli occhi
- Ma magari al bar non paghi il caffè
- Sul bus qualcuno si sentirà in diritto di sentire se sono vere.
- Agli esami può capitare che l'assistente (o il professore) manco ti ascolti parlare, un voto sopra il 25 viene dato sulla fiducia (e se eri preparata ti scoccia un po')
- A volte agli esami metti una maglia scollata apposta
- Ogni tanto beccherai un insospettabile amico con gli occhi nella tua scollatura
- In un mondo di cliché, di uomini che amano le tette grandi, a te interesserà uno dei pochi a cui non piacciono
- I vestiti che si devono mettere senza reggiseno per te non esistono.
- Reggiseno push-up? Che devo trovarmi altre 2 tonsille?
- Reggiseno a balconcino.... sopra che misura è un abuso edilizio?
- Alcune maglie non le puoi comprare, perché loro non ci entrano
- Se ti si rompe il reggiseno mentre sei in giro. È una tragedia (sia fisica che economica).
- Se ti entrano in casa i ladri speri che ti rubino lo scrigno dei gioielli, ma non toccassero i reggiseni.

giovedì, novembre 25, 2010

EquiLibrismi - C'è chi prova ad equilibrarsi

Alessandro ha cambiato blog, e oggi, al suo secondo post, scrive una cosa che è in puro spirito EquiLibrista. Scrive che di aver deciso di provare a leggere sui mezzi pubblici. E inizia proprio con un libro che è già stato citato: "Alta Fedeltà".
Quindi, io qui incollo un pezzo del post, voi andatevelo a leggere tutto di là.

Mi fiondo su un posto libero, bruciando sul tempo un tizio. Caccio fuori il libro, rassegnato all'idea che non riuscirò a leggere più di una pagina. O che mi distrarrò e finirò a Sesto Rondò. Invece mi stupisco e riesco a leggerne cinque, di pagine, azzeccando la fermata giusta.
Sono queste le cose che ti fanno capire che ci stai provando di brutto.
Buone letture in movimento Alessandro.

lunedì, novembre 15, 2010

Pensieri a progetto.

Succede questo nel nostro paese.
Succede che c'è una giornalista di 39 anni che entra in sciopero della fame. Non mangia più, perché quello che deve mandare giù è un boccone veramente troppo amaro.
Paola Caruso è una giornalista e collabora da 7 anni col Corriere della Sera. Sia chiaro, non collabora come lo farebbero i vari Paolmbelli, Costanzo e compagnia cantante. Paola da 7 anni ha dei contratti co.co.co (o co.co.pro, o come hanno deciso di chiamarli) annuali con il giornale, non perché abbia scelto così, perché lei abbia un altro lavoro o altro. No ha questo tipo di contratti perché ormai di contratti di lavoro subordinato (determinati o indeterminati) non se ne parla neanche per sogno.
Succede che un giornalista col contratto a tempo determinato lascia il Corriere, si libera un posto e Paola (e con lei altri giornalisti nella stessa situazione) spera che ora tocchi a loro. E' un semplice contratto a tempo determinato al desk, nulla di che. Ma è un contratto subordinato. Ferie, malattie.... tutte quelle cosine che dai quasi per scontato quando entri nel mondo del lavoro, ma che poi impari che non esistono davvero.
Però no, quel posto non va a Paola, non va ad altri collaboratori del Corriere. Va ad un ragazzo, appena arrivato dalla scuola di giornalismo.
Ecco, qui parte tutto. Qui inizia lo sciopero della fame e della sete di Paola, non ci sta. Forse realizza che il contratto subordinato non arriverà mai. Forse è l'ennesima batosta che non riesce a digerire. Racconta la sua storia nel suo tumblr, ne scrive su twitter, partecipa ad alcune discussioni di FriendFeed e così la reta conosce la sua storia. E si mobilita.
Come ogni volta in cui ci sono storie del genere ci sono prese di posizioni diverse. Chi a favore, chi contro.
C'è chi sostiene che la protesta di Paola è inutile, perché tanto quel posto non le spetterebbe di diritto. Quella di assumere qualcuno tra i collaboratori esterni non è un obbligo del giornale, può assumere chi vuole. C'è chi dice che il posto della discordia non spetterebbe a lei, perché non è un posto con mansioni diverse dalle sue. C'è chi dice: "Embé, perché dovrebbe andare a lei e non ad un ragazzino, magari è più bravo"....
Insomma, le solite cose.
C'è un però. C'è una cosa che esula dal caso singolo di Paola. C'è che con questo gesto si è messo sul piatto un tema che va ben oltre il caso della giornalista.
Anzi, i temi sono 2. Uno riguarda l'informazione e l'altro noi, in generale.
L'informazione: ma se uno collabora per 7 anni con una redazione, senza mai essere assunto organicamente, che prospettive può avere? Come faccio io, lettrice, ad essere certa che questo poveraccio non finisca per "vendersi" al miglior offerente e vada così a benedirsi l'informazione neutrale? (come se poi esistesse sul serio, ma diciamo un'informazione quantomeno il più possibile libera e pulita).

Poi, a parte, c'è il tema di una, ma forse anche 2, generazioni che stanno iniziando a capire, seriamente, che a noi il posto fisso non tocca. Un posto fisso, inteso come tutele, garanzie, prospettive. Iniziamo a capire che tutti quei diritti per cui i nostri padri e i nostri nonni si sono battuti, oggi ce li stanno sfilando pian pianino da sotto i piedi, come se nulla fosse.
Ecco, al di là del caso singolo c'è questo. Ci siamo noi, generazione a progetto, a cui i progetti vengono, però, negati. Perché spiegatemelo voi con questo tipo di contratti che durano un anno, se va bene, come puoi progettare qualcosa. C'è il tema di una guerra tra poveri, perché in questo episodio da una parte c'è una ragazza che ha 7 anni di contratti a progetto alle spalle, dall'altra un ragazzo che sogna di fare il giornalista e a cui è stata data l'opportunità di entrare in quel mondo (opportunità data, probabilmente, in virtù di una convenienza economica per il giornale).
Seriamente, mettetevi nei panni di un ragazzo, magari con lo stipendio riesce pure ad andare via da casa. Però poi magari vorrebbe prendere una macchina, ma con quel contratto, manco Paperino ti accetta un finanziamento, se non con la firma di mamma e papà come garanti.
Poi provate a essere una ragazza, provate a pensare che magari, in un futuro, vorreste mettere su una famiglia. Ecco, con la prospettiva di contratti a progetto, come fate ad immaginare i mesi della gravidanza e i primi mesi del piccolo? Non esiste la malattia nei contratti a progetto, figurarsi la maternità! Quindi o avete la fortuna di fare un lavoro che si può fare anche da casa, o avete trovato un compagno abbastanza ricco da permettervi di stare a casa o il vostro titolare è "magnanimo".
Ecco, io non voglio dover confidare nel trovare quello ricco che ti sistema, e allora puoi lavorare per hobby, né confidare nella bontà di un titolare. Non è giusto, perché io le tasse le pago sul mio lavoro, le pago anche per queste tutele, che devo avere, perché ne ho diritto, non perché qualcuno decide di concedermelo.
Ecco io credo che la storia di Paola debba far pensare a questo. Al di là delle ragioni del singolo. Questo paese ha intenzione di fondare il proprio futuro sulla precarietà del futuro dei suoi cittadini.

mercoledì, novembre 10, 2010

L'indifferenza sul tram

Stronzo. C'è una sola parola per descriverti. Questa. E pure troppo buona sono a dedicarti queste 7 lettere. Ma tu mi hai rovinato una giornata intera. Tu col tuo atteggiamento. Stamattina sul tram mezzo vuoto ti sei piazzato accanto a me. Mi hai praticamente chiusa all'angolo. E per parecchie fermate ho dovuto combattere contro le tue mani, il tuo corpo e il tuo alito.
Non è stato un avvio di mattinata ottimale. Non lo è stato perché per quanto ci si possa creare una corazza, essere dure nella vita di tutti i giorni, quando ti trovi in situazioni del genere è difficile reagire.
Alla fine. Dopo aver provato a scostarti un po' coi piedi, dopo essermi tolta più volte le tue mani di dosso, dopo aver guardato con occhi imploranti i due signori seduti di fronte, sperando che capissero e che, non dico ti sferrassero un pugno, ma almeno intervenissero, alla fine, ho approfittato di una brusca frenata del tram, che ti ha sbalzato per una frazione di secondo un po' più distante da me, per alzarmi e scendere per prendere un altro tram, dove non ci fossi tu, con le tue mani, il tuo corpo e il tuo alito.
Il problema è che purtroppo il tuo alito mi è restato incollato addosso, per tutta la mattinata me lo sono sentita disgustosamente nelle narici, così come la sensazione viscida delle tue mani.
Il problema, purtroppo, risiede anche in quei due signori che hanno girato gli occhi, su un tram. Mi disse un tassista tempo fa: "A parte il rispetto assoluto che si deve portare a tutti, quando vedi scene del genere, quando pensi a cose così, come fai a non reagire a non aiutare, sperando che qualcuno faccia lo stesso se accadesse a tua sorella, tua moglie o tua figlia?"
Il problema è questo. Giriamo lo sguardo, pensiamo che interverrà un altro o che dovrebbe essere in grado di cavarsela da sola. O semplicemente non siamo noi a essere in pericolo e allora che ci frega?
L'alito mi è rimasto addosso, le mani continuo a sentirle su di me, la vostra indifferenza mi ha ferito molto di più.
Poi arrivo in ufficio e mi ritrovo davanti alle solite storie di Rubi, di Nadie e donne varie e penso che per noi donne in questo paese c'è poca speranza.

martedì, novembre 09, 2010

EquiLibrismi - La sindrome di Stoccolma

Portatemi in una libreria e farete la mia felicità.
Mi perdo, giro, sfoglio (quindi siete pregati di portarmi in una libreria dove i commessi non ti stanno col fiato sul collo, dove nessuno dopo 3 secondi dal tuo ingresso esclama: "posso aiutarla!", o non ti guardino storto se sfogli un libro), chiacchiero.
Però, c'è un però. Io soffro della sindrome di Stoccolma, è evidente. Non riesco a comprare, o mi sento molto in colpa se lo faccio, in librerie che non siano Feltrinelli. 
Io ho la tessera, il che significa sconti, punti da accumulare.... Quella tessera blu che trova spesso il modo di  uscire dal mio portafoglio. Io la tessera Feltrinelli ce l'ho da quando era un semplice cartoncino rosso che il commesso forava in base a quanto spendevi. Una stellina ogni 10€ (che poi essendo manuale ogni tanto trovavi quello gentile che ti dava il punto anche se avevi speso 9 euro, o che comunque te ne regalavano uno).
E' più forte di me, se non sono in una Feltrinelli il mio portafogli si intimidisce e non compro (tranne rare eccezioni). In particolare la Feltrinelli della Galleria Colonna è la mia preferita. 4 piani, divanetti, un bar per prendere un caffè, un tè, per fare due chiacchiere e sfogliare libri. Ecco, io lì mi sento a casa, mi sento a mio agio. 
L'eccezione più comune è per le bancarelle di libri che si trovano per strada, ricche di libri, spesso non più in catalogo,  a prezzi stracciati. 
Voi, avete un posto preferito dove comprare i libri. Una libreria che vi fa sentire a casa? Aiutatemi a liberarmi dalla mia sindrome (anche se non mi dispiace tanto esserne affetta)