lunedì, luglio 05, 2010

EquiLibrismi - Il ghiaccio


Fa caldo. D'altra parte è arrivata l'estate, che ti volevi aspettare? Con un caldo del genere, ti verrebbe da rinunciare al solito rito del caffè. Ma per una malata come me è quasi impossibile. Ma io ho la mia soluzione, che non è il caffè freddo (che personalmente trovo imbevibile), ma il pugliesissimo (e qui le mie radici si sentono) caffè in ghiaccio.
Sta di fatto che da quando un collega mi ha fatto tornare in mente questa soluzione, mezzo ufficio l'ha adottata.
Quando venerdì, durante una classica pausa dal lavoro ci siamo concessi la nostra bevanda preferita, alla cassa abbiamo avuto una sorpresa. Quei 2 cubetti di ghiaccio nel bicchiere ci sono costati 20cent in più. Mah.
Perché questo è un EquiLibrismo? Perché una volta usciti dal bar non ho potuto non pensare alla scoperta del ghiaccio, raccontata da Garcia Lorca in "Cent'anni di solitudine" (uno dei miei libri preferiti)




"Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe
ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. [...]"
"[...] al centro della tenda, dove c'era un gigante col torace peloso e la
testa rapata, con un anello di rame nel naso e una pesante catena di ferro alla caviglia, che custodiva
un cofano da pirata. Quando il gigante lo scoperchiò, il cofano lasciò sfuggire un alito
glaciale. Dentro c'era soltanto un enorme blocco trasparente, con infiniti aghi interni nei quali
si frantumava in stelle colorate il chiarore del crepuscolo. Sconcertato, sapendo che i bambini
aspettavano una spiegazione immediata, José Arcadio Buendìa si azzardò a mormorare:
"È il diamante più grande del mondo."
"No," corresse lo zingaro. "È ghiaccio."
José Arcadio Buendìa, senza capire, allungò la mane verso il blocco, ma il gigante gliela scostò:
"Altri cinque reales per toccarlo," disse. José Arcadio Buendìa li pagò, e allora mise la mano
sul ghiaccio, e ve la tenne per diversi minuti, mentre il cuore gli si gonfiava di timore e di giubilo
al contatto col mistero. Senza sapere cosa dire, pagò altri dieci reales perché i suoi figli vivessero
la prodigiosa esperienza. Il piccolo José Arcadio si rifiutò di toccarlo. Invece, Aureliano fece un
passo avanti, appoggiò la mano e la ritirò subito. "Sta bollendo," esclamò spaventato. Ma suo padre
non gli fece caso. Ubriacato dall'evidenza del prodigio, in quel momento si dimenticò della
frustrazione delle sue imprese deliranti e del corpo di Melquíades abbandonato all'appetito dei
calamari. Pagò altri cinque reales, e con la mano appoggiata al blocco di ghiaccio, come se stesse
rendendo testimonianza sul testo sacro, esclamò:
"Questa è la grande invenzione del nostro tempo."[...]"

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